Luca Berno
Titolo Opera : Pierre - Scultura
L’opera si configura come una costruzione simbolica stratificata, dove ogni elemento concorre a definire una riflessione profonda sul tema dell’identità e sul peso del giudizio sociale.
La base in pietra, materica e compatta, è il fondamento concettuale dell’intera composizione: essa rappresenta la gravità del giudizio del mondo, la sua solidità quasi inamovibile, il peso che grava sull’individuo fin dal primo momento della sua esposizione allo sguardo collettivo. La superficie cromaticamente articolata – rosso, argento, blu e celeste – traduce visivamente le diverse gradazioni del giudicare: il rosso come condanna e negatività, l’argento come neutralità sospesa, il blu come accettazione, il celeste come sostegno empatico. Il giudizio non è dunque monolitico, ma scorre lungo uno spettro emotivo e morale.
Sopra questa base gravosa si innalza una piattaforma ondulata blu, attraversata dall’arcobaleno. L’onda introduce un principio dinamico, un movimento che contrasta la staticità della pietra: è il fluire dell’esistenza, la possibilità di trasformazione. L’arcobaleno, simbolo universale di pace e bandiera identitaria del mondo LGBTQ+, non è qui solo dichiarazione politica, ma affermazione ontologica: la pluralità come condizione naturale dell’essere.
Le quattro figure – femminile, androgine nelle loro combinazioni intermedie, e maschile – non sono semplici sagome ma presenze archetipiche. La scelta del fondo nero le accomuna tutte, suggerendo che al di là delle inclinazioni e delle definizioni identitarie, ogni individuo custodisce zone d’ombra, fragilità, vizi nascosti. In questa dimensione emerge un chiaro rimando al pensiero di Carl Gustav Jung: l’ombra come parte costitutiva dell’essere, non elemento da reprimere ma da integrare nel processo di individuazione.
L’oro che caratterizza la parte femminile e l’argento che definisce quella maschile instaurano un dialogo tra polarità complementari, richiamando un’antica simbologia alchemica: sole e luna, attivo e ricettivo, luce e riflesso. Tale compresenza rimanda anche alle riflessioni di Judith Butler, secondo cui l’identità di genere non è una struttura fissa ma una costruzione performativa, continuamente negoziata nello spazio sociale. Le figure intermedie diventano così manifestazione visiva di una soggettività fluida, che sfugge alla rigidità binaria.
La piattaforma è sostenuta da due sfere che evocano la ruota e dunque il movimento ciclico dell’esistenza. Anche il giudizio, apparentemente immobile e definitivo, è destinato a scorrere, a mutare nel tempo. Nulla rimane fisso: né la percezione di sé, né quella imposta dall’esterno.
A unificare le figure interviene il serpente dell’energia Kundalini, che percorre verticalmente ogni corpo dai piedi alla testa. Questo elemento introduce una dimensione spirituale: la consapevolezza come forza ascensionale, come possibilità di risveglio che trascende le categorie sociali e le definizioni di genere. L’energia non distingue, non separa, non giudica: attraversa.
L’opera si pone così come un dispositivo simbolico complesso, in cui materia e colore dialogano per affermare una verità semplice e radicale: l’identità è processo, il giudizio è transitorio, la coscienza è universale.
Testo critico a cura di Maria Di Stasio © 2026 – Tutti i diritti riservati
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