ARTISTA : Cècile Batillat
TITOLO OPERA : La Foi médusée
ANNO DI REALIZZAZIONE : 2023
MATERIALI USATI : Inchiostri seppia e scarlatto
59,4 x 84,1 cm su carta Canson da 200 g/m2 - A1 70x100 cm incorniciata
https://cécilebatillat.my.canva.site/cb-portfolio-english
Medusa e la fede pietrificata: ontologia dello sguardo e metamorfosi della ferita
Ci sono opere che si osservano.
E opere che ci osservano.
Questa Medusa appartiene alla seconda categoria.
L’artista non rappresenta il mito: lo attraversa. E nel farlo compie un rovesciamento decisivo. La Gorgone non è qui l’icona del terrore arcaico, ma il luogo di una frattura ontologica: il momento in cui l’essere, colpito da un evento traumatico, si irrigidisce, si mineralizza, si sottrae al flusso della parola.
La pietrificazione non è punizione.
È una condizione dell’anima.
Il volto è giovane, quasi diafano. Nessuna espressione mostruosa, nessuna teatralità. Solo uno sguardo assoluto, frontale, che sospende il tempo. È uno sguardo che non attacca: trattiene. Non è aggressione, ma intensità pura.
In esso si attiva una dinamica speculare.
L’osservatore non è più soggetto sovrano: è esposto.
Come in un’esperienza fenomenologica radicale, l’opera ribalta la direzione dell’intenzionalità: non siamo noi a guardare l’immagine, è l’immagine che struttura il nostro atto di coscienza. Lo sguardo della Medusa diventa dispositivo di rivelazione. Ci restituisce al nostro stesso limite. Qui il mito dialoga con la teologia e con la psicologia del trauma.
Secondo le versioni più antiche, Medusa nasce mostro. In Ovidio, invece, diventa mostro dopo la violenza subita. Questo slittamento è decisivo: la mostruosità non è essenza, ma conseguenza. L’artista abita proprio questa zona intermedia, questo spazio dove la vittima viene trasformata in colpevole, dove il corpo ferito diventa simbolo di minaccia. I serpenti non sono soltanto attributo iconografico.
Sono energia congelata.
Avvolgono il capo come un pensiero ossessivo, come una memoria che non smette di ripetersi. Ma al tempo stesso sono simbolo biblico di conoscenza, seduzione, ambivalenza. La loro presenza stratifica i significati: colpa e sapienza, tentazione e risveglio, morte e rigenerazione.
L’opera costruisce una dialettica tra paralisi e attraversamento.
La barca, quasi marginale nella composizione, introduce il tema del viaggio. Non è un dettaglio illustrativo: è una soglia simbolica. La barca è il luogo dell’instabilità, della tempesta evangelica, del dubbio che scuote la fede. È il fondo dell’esistenza quando Dio sembra dormire. È il tempo sospeso in cui la parola si ritrae.
L’haiku inscritto nell’opera è un gesto di sottrazione:
In fondo a una barca
Recupera il suo cammino —
La fede sbalordita.
Non c’è eroismo in questo recupero.
C’è lentezza. C’è esitazione.
La “fede sbalordita” non è una fede trionfante né una fede negata. È una fede in stato di shock. È l’esperienza spirituale in cui il soggetto viene “pietrificato” dall’eccesso di presenza o dall’assenza improvvisa. La paralisi diventa allora una soglia conoscitiva.
In questo senso, la pietra non è solo immobilità.
È sedimentazione.
È il momento in cui l’anima, colpita, si compatta per non dissolversi.
Ed è qui che la rubrica Anima e Materia trova la sua piena risonanza.
La materia — l’inchiostro, le velature, la densità del segno — non è semplice supporto espressivo. È atto incarnativo. L’inchiostro imprime ciò che è invisibile, rende tangibile il pensiero, costringe l’intuizione a prendere forma. Ogni tratto è una negoziazione tra l’indicibile e il visibile.
La spiritualità dell’opera non è astratta: è corporea.
La fede non è idea: è esperienza incarnata.
Il dente di leone, con i semi dispersi, introduce un contrappunto fragile. È l’immagine della dispersione, ma anche della propagazione. La coccinella — “bête à bon dieu” — riapre un varco simbolico verso la speranza. Non una speranza rumorosa, ma una sopravvivenza silenziosa.
La Medusa dell’artista non distrugge chi la guarda.
Costringe a sostare. E nella sosta avviene qualcosa: il passaggio da una fede rigida, irrigidita dalla paura del giudizio, a una fede vulnerabile, attraversata dal dubbio ma ancora capace di movimento.
La pietrificazione diventa così il primo atto di verità.
Un momento necessario di immobilità prima della metamorfosi.
Come la sirenetta perde la voce per acquisire gambe, come Medusa perde il volto umano per diventare simbolo, anche la fede attraversa una zona di perdita per rinascere in una forma più consapevole.
Non si tratta di redenzione narrativa. Si tratta di trasformazione ontologica.
Quest’opera ci suggerisce che ogni esperienza spirituale autentica implica una frattura: uno shock, una sospensione, un silenzio minerale. Ma è proprio dentro quella immobilità che si prepara il movimento.
La Medusa qui non è mostro né martire.
È soglia.
Tra trauma e resilienza.
Tra colpa e innocenza.
Tra materia e anima.
E il suo sguardo resta, come un enigma aperto, a ricordarci che non tutto ciò che pietrifica distrugge: talvolta ciò che immobilizza è ciò che ci obbliga a vedere.
Testo a cura di Maria Di Stasio © 2026 – Tutti i diritti riservati
L'ARTISTA SI RACCONTA
1. Da dove nasce l’idea di questa opera?
Stavo già lavorando alla mia seconda serie, La fille de l’ Air, ispirata a La Sirenetta di Anderson. Volevo esplorare ulteriormente il fascino suscitato dall'espressione di uno sguardo e come potesse portare a un'ossessione viscerale. È stato lo sguardo di Diaphane Espoir (2023), esposto a giugno/luglio 2023 alla mostra Entre Terre et Mer: La fille de l’ Air al ristorante “L'Heure Bleue”, a condurmi indirettamente al mito di Medusa. Uno dei miei collezionisti mi contattò qualche tempo dopo aver visto l'opera a una cena di compleanno. L'impressione che aveva suscitato in lui era rimasta a lungo impressa nella sua memoria ed era ancora inspiegabilmente associata a quell'evento. Questa pietrificazione provocata dallo sguardo mi incuriosiva. Divenne più intensa della sensazione di osservazione che era stata evidenziata durante l'esposizione dei piccoli volti di Il Giocatore di respiro. Questa nuova serie assunse una dimensione più simbolica e allegorica, trascendendo la natura aneddotica del racconto di Andersen. L'haiku, inserito in Diaphane Espoir, conferì una dimensione abissale: "Angoscia acuta/Di una chiamata silenziosa-/ Sperenza diafana". L'angoscia si trasmise e parlò all'inconscio dello spettatore. La sirenetta, privata della voce, aveva solo gli occhi per esprimere la sua angoscia. L'evocazione di un mondo sottomarino infestato dalla strega del mare si dispiegò così per me, e improvvisamente i suoi polipi serpentini iniziarono a evocare i capelli di Gorgone di Medusa, quel copricapo serpentino che Atena le aveva donato come punizione. Un altro evento mi condusse a Medusa. Un'amica mi aveva chiesto se poteva usare la mia opera per illustrare una delle sue poesie sullo stupro nella sua raccolta. L'impatto inconscio che l'immagine poteva produrre mi riportò alla storia di Medusa e del suo stupro da parte di Poseidone. Ho quindi iniziato a esaminare il mito più seriamente. Queste due figure, la sirena e Medusa, erano state ingannate dalle loro credenze. La sirenetta era stata ingannata dalla convinzione di riuscire a sedurre il principe affinché, sposandolo, le concedesse accesso a un'anima immortale come quella che lui stesso possedeva come essere umano. E Medusa, dalla convinzione che il tempio avrebbe protetto la sua verginità come sacerdotessa di Atena. Sono stato attratto dall'evoluzione delle versioni successive, in particolare in Ovidio, che mostrava come il mito prendesse forma e raffigurasse Medusa come una vittima. Questa evoluzione del mito è interessante da confrontare con la versione dei poeti più antichi che la raffigurano come un mostro fin dall'inizio, come Lilith, la prima moglie di Adamo nella Bibbia, perché si rifiutò di sottomettersi. Ciò aggiunge ulteriore profondità a questo archetipo. Medusa non era più solo un simbolo di mostruosità e potere femminile, ma anche un simbolo di violenza subita e resilienza. I serpenti mi hanno ricordato il significato allettante che avevano nella Bibbia. Questa stessa stigmatizzazione si applica anche alla sirena, perché in origine la sirena greca era un uccello, ma le sue ali spiegate la rendevano troppo simile all'immagine di un angelo, così il Cristianesimo le diede una coda di pesce. Questo si spinge ancora oltre con Melusina, sia una fata che uno spirito acquatico, che diventa la donna-serpente, una figura ambivalente che incarna fertilità, destino e maledizione.
2. Come si è sviluppato il tuo processo creativo?
Il volto di Medusa mi ha ossessionato a lungo. Volevo far emergere una certa purezza, un'innocenza ferita, pur mantenendo la forza dell'immediatezza imposta dallo sguardo pietrificante. Volevo uno sguardo che ci costringesse a fermarci, uno sguardo che interrogasse, assorbisse e ci riflettesse ciò che siamo. Come quando Narciso si specchia nell'acqua, volevo ricreare quella sensazione di specchio. Volevo che l'osservatore si ritrovasse a riecheggiare quello sguardo. I suoi occhi vagano attraverso l'opera ma tornano sempre a quello sguardo pietrificante, come un'onda sulla riva. E ho incorporato quell'onda nell'anello. Mi ha ricordato l'onda di Hokusai, che lui usava per trasmettere il tumulto interiore della piccola figura nella barca. Questa barca è appena visibile nel cavo dell'onda. Qui, nella Fede stordita, sembra arenata sulla riva. Ho poi pensato a quel passo della Bibbia in cui la tempesta infuria in mare aperto e i discepoli sono presi dal panico mentre Gesù dorme sul fondo della barca. Questo ha alimentato in me il senso di tempesta percepibile sotto questo teschio ornato da un serpente. In contrasto, a sinistra, ho posizionato questo dente di leone i cui semi sono stati parzialmente spazzati via. Riporta un barlume di speranza insieme alla coccinella, questa piccola "bête à bon dieu".
3. C’è un messaggio o una riflessione che desideri trasmettere attraverso quest’opera?
In quest'opera, traccio un parallelo tra una Fede ferita/muta e l'immaginario di Medusa, giocando sull'idea dello sguardo pietrificante che sospende la parola ma apre anche uno spazio interiore alla metamorfosi. Il titolo è un gioco di parole. "Fede pietrificata" è una fede stupefatta e stordita, come lo sguardo pietrificante di Medusa, ma anche una fede plasmata dalla figura mitologica stessa. Questa fede stordita evoca un'esperienza spirituale in cui Dio, la realtà o l'Altro "pietrificano" il soggetto, lasciandolo senza parole, proprio come le vittime della Gorgone diventano immobili e silenziose. La barca, leggermente decentrata in basso a destra, rappresenta sia il passaggio che il mito. L'haiku all'interno dell'opera colloca la scena sul fondo di una barca, un motivo di attraversamento, prevalente nei miti (la barca dello Stige) così come nell'immaginario spirituale dei Vangeli (l'episodio di Gesù che placa la tempesta, mentre i suoi discepoli dubitano di lui vedendolo dormire sul fondo della barca, Marco 4:35-41). Laddove Medusa si congela in una morte minerale, la barca suggerisce un viaggio interiore: la fede attraversa una zona di stupore, di "pietrificazione" esistenziale, per trovare la sua strada (un gioco di parole con "voce" in francese), quindi una parola e una direzione. Quest'opera, quindi, presenta una fede in un limbo, colta in uno stato di shock interiore, eppure già avviata verso la sua riappropriazione. Il fondo della barca, evocato dall'haiku, trasmette questa sensazione instabile dove ci si confronta con la paura di affondare, lasciandosi trasportare verso un altrove ancora sconosciuto. Il verbo "recuperare" suggerisce un gesto lento, quasi esitante: non si tratta di una conquista eroica, ma di un graduale recupero di una voce e di un cammino interiore a lungo taciuti, pietrificati dal dubbio o dalla paura. Questa fede "medusiana" appare allora come una fede congelata, stordita, il cui impulso iniziale è stato pietrificato da prove, minacce o sensi di colpa, come i corpi afferrati dallo sguardo di Medusa. Questa pietrificazione diventa uno specchio, un primo atto di verità di fronte al dubbio, permettendo alla Fede di tornare a essere un movimento di fiducia. Si tratta di passare da una fede rigidamente vincolata dalla paura (del giudizio, dell'errore, della perdita) a una fede aperta che accetta fragilità e vulnerabilità. La fede non è più un blocco di pietra, ma un viaggio: un viaggio attraverso prove, dubbi e silenzi, in attesa di una parola che liberi. L'haiku dà forma a questo stato intermedio: né fede trionfante né scomparsa totale, ma uno spazio di attesa e riemergere. Il testo, breve e conciso, agisce come un respiro discreto che permea e conferisce all'opera la dimensione di una narrazione interiore. Diventa così il luogo di una silenziosa riconquista all'interno della barca. Sull'orlo del collasso, una presenza resiste e, a poco a poco, inizia a parlare, a credere, a muoversi di nuovo. La fede recupera allora la sua dimensione di fiducia viva, di cammino, di desiderio, piuttosto che di paralisi. Ciò risuona con le interpretazioni contemporanee di Medusa come figura di resilienza: una vittima pietrificata che trasforma la sua ferita in forza, come una fede che attraversa lo shock, il dubbio o il silenzio prima di rinascere in una nuova forma. La corrispondenza centrale è quindi simbolica: il mito di Medusa, racconto di pietrificazione attraverso lo sguardo, diventa metafora di un'esperienza spirituale in cui la fede, pietrificata, attraversa la notte della paralisi per ritrovare parola e direzione.
Il gioco di parole si sviluppa in una metafora estesa: Medusa ha perso la sua strada come sacerdotessa di Atena, mentre la sirenetta perde la voce per acquisire gambe… Medusa diventa un'allegoria del fascino risvegliato da una Presenza superiore che l'individuo cerca nell'Arte. In breve, è sempre una ricerca della Presenza e di come connettersi con essa nel vuoto abissale che ci separa dal divino.
4. Nel tuo linguaggio artistico, in che modo convivono la parte interiore (anima) e quella materica (materia)?
Sono in dialogo costante: si riecheggiano a vicenda. Ogni tratto, ogni macchia d'inchiostro, dà forma concreta a un pensiero o almeno tenta di definirne i contorni. Ecco perché amo l'inchiostro e il simbolo di incarnazione che questo mezzo veicola. È lì per inscrivere, imprimere e definire nella materia le parole e le immagini che la mente mostra. È questa stessa sostanza dell'inchiostro che rende possibile anche questa scintillante interazione tra ciò che si intravede e il regno di tutte le possibilità che evoca. Nella Bibbia, l'inchiostro simboleggia lo Spirito che si rivolge ai Corinzi. L'espressione di Francis Cabrel "con l'inchiostro dei tuoi occhi" assume quindi il suo pieno significato con l'apertura del nostro sguardo all'anima e a ciò che essa rivela di essa.
5. Hai una frase o citazione che rappresenta il tuo lavoro?
L'haiku allegato è la chiave e ne riassume il significato:
« In fondo a una barca
Recupera il suo cammino-
La fede sbalordita. »
Méduse et la Foi Pétrifiée : Ontologie du Regard et Métamorphose de la Blessure
Il y a des œuvres qui sont observées.
Et des œuvres qui nous observent.
Cette Méduse appartient à la seconde catégorie.
L'artiste ne représente pas le mythe : elle le traverse. Et ce faisant, elle accomplit un renversement décisif. La Gorgone n'est pas ici l'icône d'une terreur archaïque, mais le lieu d'une fracture ontologique : l'instant où l'être, frappé par un événement traumatique, se fige, se minéralise, se retire du flux des mots.
La pétrification n'est pas une punition.
C'est un état de l'âme.
Le visage est juvénile, presque diaphane. Aucune expression monstrueuse, aucune théâtralité. Juste un regard absolu, frontal, qui suspend le temps. Un regard qui n'attaque pas : il retient. Ce n'est pas de l'agression, mais une intensité pure.
Une dynamique en miroir s'active en lui.
L'observateur n'est plus un sujet souverain : il est exposé. À l'instar d'une expérience phénoménologique radicale, l'œuvre inverse le sens de l'intentionnalité : ce n'est pas nous qui regardons l'image, c'est l'image qui structure notre acte de conscience. Le regard de Méduse devient un instrument de révélation. Il nous ramène à nos propres limites. Ici, le mythe dialogue avec la théologie et la psychologie du traumatisme.
Selon les versions les plus anciennes, Méduse naquit monstrueuse. Chez Ovide, cependant, elle le devient après avoir été violée. Ce renversement est crucial : la monstruosité n'est pas l'essence, mais la conséquence. L'artiste habite précisément cette zone intermédiaire, cet espace où la victime se métamorphose en coupable, où le corps blessé devient symbole de menace. Les serpents ne sont pas qu'un simple attribut iconographique.
Ils sont énergie figée.
Ils s'enroulent autour de la tête comme une pensée obsessionnelle, comme un souvenir qui se répète sans cesse. Mais en même temps, ils sont un symbole biblique de connaissance, de séduction, d'ambivalence. Leur présence superpose les significations : culpabilité et sagesse, tentation et éveil, mort et régénération. L'œuvre construit une dialectique entre paralysie et passage.
Le bateau, presque marginal dans la composition, introduit le thème du voyage. Il n'est pas un détail illustratif : c'est un seuil symbolique. Le bateau est le lieu de l'instabilité, de la tempête évangélique, du doute qui ébranle la foi. Il est les profondeurs de l'existence où Dieu semble dormir. Il est le temps suspendu où la parole se retire.
Le haïku inscrit dans l'œuvre est un geste de soustraction :
Au fond d'un bateau,
Il retrouve son chemin —
Foi étonnée.
Il n'y a pas d'héroïsme dans cette récupération.
Il y a de la lenteur. Il y a de l'hésitation.
« Foi étonnée » n'est ni une foi triomphante ni une foi reniée. C'est une foi en état de choc. C'est l'expérience spirituelle où le sujet est « pétrifié » par une présence excessive ou une absence soudaine. La paralysie devient alors un seuil cognitif.
En ce sens, la pierre n'est pas seulement immobilité.
Elle est sédimentation. C'est l'instant où l'âme, frappée, se compacte pour ne pas se dissoudre.
Et c'est ici que la colonne « Âme et Matière » trouve toute sa résonance.
La matière – l'encre, les glacis, la densité du trait – n'est pas un simple médium expressif. C'est un acte d'incarnation. L'encre imprime l'invisible, rend la pensée tangible, force l'intuition à prendre forme. Chaque trait est une négociation entre l'indicible et le visible.
La spiritualité de l'œuvre n'est pas abstraite : elle est corporelle.
La foi n'est pas une idée : c'est une expérience incarnée.
Le pissenlit, avec ses graines dispersées, introduit un contrepoint fragile. Il est l'image de la dispersion, mais aussi de la propagation. La coccinelle – « bête à bon dieu » – rouvre un passage symbolique vers l'espoir. Non pas un espoir bruyant, mais une survie silencieuse.
La Méduse de l'artiste ne détruit pas le spectateur.
Elle nous oblige à la pause. Et dans cette pause, quelque chose se produit : le passage d'une foi rigide, figée par la peur du jugement, à une foi vulnérable, ponctuée de doutes mais encore capable de mouvement.
La pétrification devient ainsi le premier acte de vérité.
Un moment d'immobilité nécessaire avant la métamorphose.
De même que la petite sirène perd sa voix pour acquérir des jambes, de même que Méduse perd son visage humain pour devenir un symbole, la foi traverse elle aussi une zone de perte pour renaître sous une forme plus consciente.
Il ne s'agit pas d'une rédemption narrative. Il s'agit d'une transformation ontologique.
Cette œuvre suggère que toute expérience spirituelle authentique implique une fracture : un choc, une suspension, un silence minéral. Mais c'est précisément au sein de cette immobilité que le mouvement se prépare.
La Méduse ici n'est ni monstre ni martyre.
Elle est un seuil.
Entre traumatisme et résilience.
Entre culpabilité et innocence.
Entre matière et âme. Et son regard demeure, tel une énigme ouverte, pour nous rappeler que tout ce qui pétrifie ne détruit pas forcément : parfois, ce qui immobilise nous oblige à voir.
Texte de Maria Di Stasio © 2026 – Tous droits réservés
L'ARTISTE RACONTE SON HISTOIRE
1. D’où m’est venue l’idée de cette œuvre ?
Je travaillais déjà sur ma deuxième série, La fille de l’Air, inspirée par La Petite Sirène d’Andersen. Je souhaitais explorer plus avant la fascination exercée par un regard et comment elle pouvait mener à une obsession viscérale. C’est le regard de Diaphane Espoir (2023), exposé en juin/juillet 2023 lors de l’exposition Entre Terre et Mer : La fille de l’Air au restaurant « L’Heure Bleue », qui m’a indirectement conduite au mythe de Méduse. Un de mes collectionneurs m’a contactée quelque temps après avoir vu l’œuvre lors d’un dîner d’anniversaire. L’impression qu’elle lui avait faite était restée longtemps gravée dans sa mémoire et demeurait inexplicablement liée à cet événement. Cette pétrification provoquée par le regard m’a intriguée. Elle est devenue plus intense que la sensation d’observation mise en lumière lors de l’exposition des petits visages dans Le Joueur de Souffle. Cette nouvelle série a pris une dimension plus symbolique et allégorique, transcendant le caractère anecdotique du conte d’Andersen. Le haïku, inséré dans Diaphane Espoir, lui conférait une dimension abyssale : « Angoisse aiguë / D’un appel silencieux – / Espoir diaphane.» L’angoisse était transmise et s’adressait à l’inconscient du spectateur. La petite sirène, privée de sa voix, n’avait plus que ses yeux pour exprimer son désespoir. L’évocation d’un monde sous-marin hanté par la sorcière des mers se déploya ainsi pour moi, et soudain ses polypes serpentins commencèrent à évoquer la chevelure de Gorgone de Méduse, la coiffe serpentine qu’Athéna lui avait infligée en guise de châtiment. Un autre événement me ramena à Méduse. Une amie m’avait demandé si elle pouvait utiliser mon travail pour illustrer un de ses poèmes sur le viol, dans son recueil. L’impact inconscient que l’image aurait pu avoir me ramena à l’histoire de Méduse et de son viol par Poséidon. Je commençai alors à examiner le mythe plus sérieusement. Ces deux figures, la sirène et Méduse, avaient été trompées par leurs croyances. La sirène avait été trompée par la croyance qu'elle pourrait séduire le prince afin qu'en l'épousant, il lui accorderait l'accès à une âme immortelle semblable à celle qu'il possédait en tant qu'humain. Et Méduse, par la croyance que le temple protégerait sa virginité en tant que prêtresse d'Athéna. J'ai été fascinée par l'évolution des versions ultérieures, notamment chez Ovide, qui a montré comment le mythe s'est façonné et a dépeint Méduse comme une victime. Cette évolution du mythe est intéressante à comparer avec la version des poètes anciens qui la dépeignaient dès le départ comme un monstre, à l'instar de Lilith, la première femme d'Adam dans la Bible, car elle refusait de se soumettre. Cela enrichit encore davantage cet archétype. Méduse n'était plus seulement un symbole de monstruosité et de pouvoir féminin, mais aussi un symbole de violence endurée et de résilience. Les serpents m'ont rappelé la signification envoûtante qu'ils revêtaient dans la Bible. Ce même stigmate s'applique aussi à la sirène, car la sirène grecque était à l'origine un oiseau, mais ses ailes déployées la rendaient trop semblable à l'image d'un ange, si bien que le christianisme lui a donné une queue de poisson. Cela se vérifie encore davantage avec Mélusine, à la fois fée et esprit des eaux, qui devient la femme-serpent, figure ambivalente incarnant la fertilité, le destin et la malédiction.
2. Comment s'est déroulé votre processus créatif ?
Le visage de Méduse m'obsède depuis longtemps. Je souhaitais exprimer une certaine pureté, une innocence blessée, tout en préservant la force d'immédiateté de son regard pétrifiant. Je voulais un regard qui nous oblige à la pause, un regard qui nous interroge, nous imprègne et nous renvoie notre propre image. À l'instar de Narcisse se contemplant dans l'eau, je voulais recréer cette sensation de miroir. Je souhaitais que le spectateur se surprenne à refléter ce regard. Son regard parcourt l'œuvre, mais revient toujours à ce regard pétrifiant, tel une vague sur le rivage. Et j'ai intégré cette vague à la bague. Elle me rappelait la vague d'Hokusai, qu'il utilisait pour exprimer le trouble intérieur du petit personnage dans la barque. Cette barque est à peine visible dans le creux de la vague. Ici, dans Foi stupéfaite, elle semble échouée sur le rivage. J'ai alors pensé à ce passage de la Bible où la tempête fait rage en pleine mer et où les disciples, pris de panique, dorment au fond de la barque. Cela a alimenté le sentiment de tempête que je perçois sous ce crâne orné d'un serpent. À gauche, en contraste, j'ai placé ce pissenlit dont les graines ont été partiellement emportées. Il apporte une lueur d'espoir, avec la coccinelle, cette petite « bête à bon Dieu ».
3. Ya-t-il un message ou une réflexion que vous souhaitez transmettre à travers cette œuvre ?
Dans cette pièce, j'établis un parallèle entre une Foi blessée et muette et l'image de Méduse, jouant sur l'idée d'un regard pétrifiant qui suspend la parole mais ouvre aussi un espace intérieur propice à la métamorphose. Le titre est un jeu de mots. « Foi pétrifiée » désigne une foi hébétée et désorientée, à l'image du regard pétrifiant de Méduse, mais aussi une foi façonnée par la figure mythologique elle-même. Cette foi désorientée évoque une expérience spirituelle où Dieu, la réalité ou l'Autre « pétrifie » le sujet, le laissant muet, tout comme les victimes de la Gorgone deviennent immobiles et silencieuses. La barque, légèrement décentrée en bas à droite, représente à la fois le passage et le mythe. Le haïku au sein de l'œuvre situe la scène au fond d'une barque, motif de transition récurrent dans les mythes (la barque du Styx) ainsi que dans l'imagerie spirituelle des Évangiles (l'épisode de Jésus apaisant la tempête, tandis que ses disciples doutent de lui en le voyant dormir au fond de la barque, Marc 4, 35-41). Là où Méduse est figée dans une mort minérale, la barque suggère un voyage intérieur : la foi traverse une zone d'émerveillement, de « pétrification » existentielle, pour trouver son chemin (jeu de mots avec le terme français « voix »), et ainsi un mot et une direction. Cette œuvre présente donc une foi en suspens, prise dans un état de choc intérieur, mais déjà en route vers sa réappropriation. Le fond de la barque, évoqué par le haïku, traduit cette sensation d'instabilité où l'on se confronte à la peur de couler, se laissant porter vers un ailleurs encore inconnu. Le verbe « recouvrer » suggère un geste lent, presque hésitant : il ne s’agit pas d’une conquête héroïque, mais d’une lente reconquête d’une voix et d’un cheminement intérieur longtemps réduits au silence, pétrifiés par le doute ou la peur. Cette foi « à la Méduse » apparaît alors comme une foi figée, hébétée, dont l’élan initial a été pétrifié par les épreuves, les menaces ou le sentiment de culpabilité, à l’image des corps saisis par le regard de Méduse. Cette pétrification devient un miroir, un premier acte de vérité face au doute, permettant à la Foi de redevenir un mouvement de confiance. Il s’agit de passer d’une foi rigide, prisonnière de la peur (du jugement, de l’erreur, de la perte), à une foi ouverte qui accepte la fragilité et la vulnérabilité. La foi n’est plus un bloc de pierre, mais un chemin : un chemin à travers les épreuves, les doutes et les silences, dans l’attente d’une parole libératrice. Le haïku donne forme à cet état intermédiaire : ni foi triomphante, ni disparition totale, mais un espace d’attente et de renaissance. Le texte, bref et concis, agit comme un souffle discret qui imprègne l'œuvre et lui confère la dimension d'un récit intérieur. Il devient ainsi le lieu d'une reconquête silencieuse au sein de la barque. Au bord du naufrage, une présence résiste et, peu à peu, se remet à parler, à croire, à bouger. La foi retrouve alors sa dimension de confiance vivante, de cheminement, de désir, et non plus de paralysie. Ceci fait écho aux interprétations contemporaines de Méduse comme figure de résilience : une victime pétrifiée qui transforme sa blessure en force, à l'image d'une foi qui endure le choc, le doute ou le silence avant de renaître sous une forme nouvelle. Le lien central est donc symbolique : le mythe de Méduse, récit de pétrification par le regard, devient métaphore d'une expérience spirituelle où la foi, pétrifiée, traverse la nuit de la paralysie pour retrouver la parole et une direction. Le jeu de mots se mue en une métaphore filée : Méduse s’est égarée en tant que prêtresse d’Athéna, tandis que la petite sirène perd sa voix pour gagner des jambes… Méduse devient une allégorie de la fascination éveillée par une Présence supérieure que l’individu recherche dans l’Art. En somme, il s’agit toujours d’une quête de la Présence et de la manière de s’y connecter dans le vide abyssal qui nous sépare du divin.
4. Dans votre langage artistique, comment l'intérieur (l'âme) et la matière (la matière) coexistent-ils ?
Ils sont en dialogue constant : ils se répondent. Chaque trait, chaque tache d'encre donne une forme concrète à une pensée, ou du moins tente d'en définir les contours. C'est pourquoi j'aime l'encre et le symbole d'incarnation qu'elle véhicule. Elle est là pour inscrire, imprimer et définir dans la matière les mots et les images que l'esprit projette. C'est cette substance même de l'encre qui rend possible cette interaction scintillante entre ce qui est entrevu et le champ des possibles qu'il évoque. Dans la Bible, l'encre symbolise l'Esprit s'adressant aux Corinthiens. L'expression de Francis Cabrel, « avec l'encre de vos yeux », prend alors tout son sens lorsque nous ouvrons notre regard à l'âme et à ce qu'elle révèle de nous.
5. Avez-vous une phrase ou une citation qui représente votre travail ?
Le haïku ci-joint est essentiel et en résume le sens :
« Au fond d’une barque,
Retrouve son cap –
La foi étonnée.»
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