FORSE
Marzo 2026. Altezza 48 cm. Larghezza 30 cm. Profondità 36 cm. Peso 2,85 Kg.
Travertino laziale (base). Tubo e tondo in alluminio (struttura). N° 20 sfere in legno
(struttura). Moneta da 5 cent di euro (emblema) Colori e vernici acriliche
FORSE. Abitare l’incertezza
Nell’opera Forse, Luca Berno costruisce una forma che non rappresenta, ma trattiene una condizione: quella di una sospensione irrisolta, di un equilibrio che non cerca stabilità definitiva. La scultura si configura come un dispositivo di pensiero, un campo in cui materia ed esperienza si intrecciano senza mai coincidere del tutto.
Il titolo introduce immediatamente una dimensione di apertura. Forse non è esitazione, ma possibilità. In questo senso, l’opera sembra dialogare con la riflessione di Martin Heidegger, per il quale l’esistenza autentica si gioca proprio nella capacità di sostare nell’indeterminato, in quella condizione in cui il senso non è dato una volta per tutte, ma si costruisce nel rapporto continuo con il mondo. L’essere, in questa prospettiva, non è mai pienamente definito: è sempre in relazione, sempre esposto.
Questa esposizione si traduce, sul piano formale, in una struttura che rifiuta lo spigolo e privilegia la curva. I tubi e i tondi in alluminio si piegano e si articolano secondo un andamento fluido, quasi a sottrarre la materia a ogni rigidità oppositiva. La forma non si impone, ma si adatta, si modula, lasciando che la tensione interna trovi un proprio equilibrio dinamico. È una scultura che non oppone resistenza frontale, ma lavora per assorbimento e trasformazione, avvicinandosi a una logica in cui il gesto diventa processo.
Le sfere disseminate lungo la struttura introducono una dimensione ritmica e insieme accumulativa. Non sono semplici elementi compositivi, ma punti di condensazione che marcano un tempo interno all’opera. In questa ripetizione si può leggere una traccia di quella che Søren Kierkegaard definiva come la tensione dell’esistenza individuale: un continuo ritornare su se stessi, nel tentativo di comprendere e ridefinire il proprio posizionamento nel mondo. La ripetizione, qui, non è mai identica: è sempre attraversata da una differenza sottile, da uno scarto che la rende viva.
La base in travertino introduce un elemento di contrasto fondamentale. Alla mobilità della struttura superiore si oppone una massa compatta, radicata, quasi silenziosa. Questa dialettica tra instabilità e fondazione richiama una dimensione profondamente esistenziale: la necessità di trovare un punto di appoggio pur restando immersi in una condizione di apertura. Il materiale stesso, legato a una tradizione e a un territorio, sembra inscrivere l’opera in una temporalità più ampia, che eccede l’immediatezza dell’esperienza.
L’inserimento di una moneta come elemento emblematico apre infine una riflessione sul valore, inteso non solo in senso economico ma simbolico. In un contesto contemporaneo in cui i criteri di legittimazione dell’arte appaiono sempre più instabili, questo dettaglio introduce una frizione: ciò che è visibile e misurabile non coincide necessariamente con ciò che è significativo. In questa tensione, l’opera si avvicina alle riflessioni di Zygmunt Bauman sulla fluidità delle relazioni e dei sistemi di riconoscimento, dove anche il valore tende a diventare instabile, negoziabile, precario.
Forse si configura così come una scultura che non cerca di risolvere, ma di mantenere aperta una domanda. Non offre un’immagine pacificata, ma costruisce uno spazio in cui l’incertezza diventa condizione produttiva. È proprio in questa sospensione che l’opera trova la sua forza: non nel dire, ma nel trattenere; non nel definire, ma nell’abitare.
© 2026 Maria Di Stasio – Testo critico
Tutti i diritti riservati.
Aggiungi commento
Commenti