MARE LENTO MOTU (2025) si inscrive con naturalezza e rigore poetico all’interno della serie Pareidolia, rappresentando uno dei momenti più compiuti della ricerca di Enrico De Santis sul rapporto tra visione, materia e immaginazione. L’opera nasce da uno scatto aereo realizzato nel giugno 2024 sopra il Deserto del Namib, ma ciò che l’immagine restituisce va ben oltre la documentazione geografica o paesaggistica: il deserto si trasforma in una distesa liquida, in un mare arcaico, immobile eppure attraversato da un moto interno, lento e inesorabile.
Il titolo, Mare lento motu, suggerisce fin da subito una tensione tra opposti: la fissità apparente e il movimento invisibile, la solidità della sabbia e la fluidità dell’acqua evocata. Le dune, viste dall’alto, perdono ogni riferimento scalare e temporale, diventando onde pietrificate, tracce di un respiro primordiale della Terra. Qui la pareidolia non è un semplice gioco percettivo, ma un vero dispositivo conoscitivo: lo sguardo è chiamato a riconoscere forme altre, a proiettare memorie visive e archetipi interiori su una realtà che si offre come superficie di risonanza mentale.
La stampa Fine Art Giclée su carta baritata Prestige 340 gsm esalta la profondità tonale dell’immagine, restituendo una gamma cromatica calda e stratificata, dove le ombre delle dune dialogano con le luci radenti in un equilibrio quasi musicale. La scelta del supporto non è neutra: la qualità materica della carta contribuisce a dare corpo al silenzio del deserto, rendendo percepibile la densità del tempo sedimentato nella sabbia.
Elemento centrale dell’opera è la sua integrazione in un’anta di finestra proveniente da Creta. Non si tratta di una cornice, ma di una soglia. La finestra, con il suo legno vissuto e segnato, porta con sé una storia autonoma, una memoria di aperture e chiusure, di sguardi rivolti altrove. In Mare lento motu essa diventa un dispositivo simbolico potentissimo: guardare il deserto attraverso una finestra significa collocare l’immagine in una dimensione di attraversamento, di passaggio tra interno ed esterno, tra esperienza fisica e spazio mentale.
Questa scelta si inserisce pienamente nel Progetto Esocalie®, in cui fotografia e materia recuperata entrano in una relazione simbiotica e irreversibile. L’opera non è più riproducibile, non solo per la sua unicità formale, ma perché ogni legno, ogni anta, ogni segno del tempo diventa parte integrante del senso dell’immagine. La finestra di Creta non incornicia il Namib: lo mette in relazione con altre geografie, altre civiltà, altri strati di tempo, suggerendo una continuità profonda tra luoghi apparentemente lontanissimi.
In Mare lento motu il deserto non è uno spazio vuoto, ma un archivio sensibile, un mare fossilizzato che continua a muoversi dentro lo sguardo di chi osserva. De Santis invita lo spettatore a rallentare, a sostare, a lasciarsi attraversare dall’immagine come da una corrente lenta. È un’opera che non chiede di essere spiegata, ma abitata: una soglia aperta su una bellezza che non si impone, ma emerge, silenziosa, dal dialogo tra visione, materia e immaginazione.
Testo critico a cura di Maria Di Stasio
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