Visione, trasformazione e coscienza nel Luberlionismo di Luca Berno
Esistono simboli che attraversano le civiltà senza perdere la propria forza evocativa. L'occhio è uno di questi. Presente nelle culture antiche del Mediterraneo, nelle tradizioni orientali, nelle religioni e nelle filosofie occidentali, esso rappresenta da sempre il luogo della conoscenza, della consapevolezza e della relazione tra l'essere umano e il mistero dell'esistenza.
Nella ricerca di Luca Berno questo simbolo viene sottratto alla dimensione decorativa per assumere una funzione più profonda: l'occhio diviene coscienza.
Non la coscienza individuale di un singolo individuo, ma una coscienza collettiva, universale, capace di osservare il mondo e contemporaneamente di riconoscersi parte integrante di esso.
È proprio in questo passaggio che si manifesta con chiarezza il pensiero del Luberlionismo.
Se nella tradizione occidentale il soggetto osserva il mondo dall'esterno, nella poetica di Berno questa separazione si dissolve. L'essere umano non è più spettatore della realtà ma nodo di una rete di connessioni invisibili che unisce materia, energia, memoria e tempo.
L'occhio non guarda il mondo.
L'occhio è il mondo che guarda se stesso.
L'iride, intensa e luminosa, emerge come centro energetico dell'intera composizione. Il blu profondo richiama simultaneamente il cielo e il mare, l'infinito e l'origine, il pensiero e l'inconscio. È il colore della contemplazione, della profondità interiore e della ricerca spirituale.
Attorno ad esso si sviluppa una linea sinuosa che assume le sembianze di un serpente.
Ancora una volta Berno sceglie uno degli archetipi più antichi della storia umana.
Il serpente, nelle culture arcaiche, non rappresenta soltanto il pericolo o la tentazione, ma soprattutto il principio della trasformazione perpetua. Cambiando pelle, esso diviene simbolo di rinascita, rigenerazione, ciclicità e continuità della vita.
Nel Luberlionismo il serpente non minaccia lo sguardo.
Lo protegge.
Ne custodisce il sapere e ne accompagna il processo evolutivo.
La sua presenza crea una sorta di orbita simbolica attorno all'occhio, come se la conoscenza avesse bisogno della trasformazione per poter esistere e la trasformazione necessitasse della consapevolezza per poter assumere significato.
Visione e mutamento diventano così elementi inseparabili.
L'una genera l'altro.
L'altra rende possibile la prima.
La decorazione che percorre il corpo serpentino richiama i motivi delle antiche ceramiche mediterranee, suggerendo un ulteriore dialogo tra memoria culturale e contemporaneità. Berno sembra ricordarci che ogni ricerca sul futuro nasce inevitabilmente da una memoria condivisa e da simboli che l'umanità custodisce da millenni.
Anche la scelta dei materiali appare profondamente significativa.
La leggerezza della struttura metallica contrasta con la solidità della base pietrosa sulla quale l'opera si innalza.
La pietra rappresenta la permanenza, la memoria geologica del pianeta, il tempo lungo della natura.
Il metallo rappresenta invece il pensiero umano, la costruzione culturale, il tentativo dell'uomo di dare forma all'invisibile.
Tra questi due poli si sviluppa la verticalità dell'opera.
Una crescita.
Un'ascesa.
Quasi che la coscienza emergesse lentamente dalla materia primordiale per elevarsi verso livelli sempre più complessi di comprensione.
La scultura diviene così metafora dell'evoluzione stessa dell'essere umano.
Non un'evoluzione biologica, ma interiore.
Un percorso di consapevolezza.
Un continuo movimento tra radici e futuro, tra memoria e possibilità.
Ed è proprio qui che il Luberlionismo mostra uno dei suoi aspetti più interessanti: il superamento delle opposizioni.
Materia e spirito.
Stabilità e trasformazione.
Ordine e movimento.
Terra e cielo.
Nessuno di questi elementi prevale sull'altro.
Essi convivono in una condizione di equilibrio dinamico nella quale ogni parte esiste grazie alla presenza della sua apparente controparte.
L'unità nasce dalla relazione.
È questo il nucleo filosofico del Luberlionismo.
La scultura di Berno non costruisce gerarchie ma connessioni.
Non separa ma unisce.
Non offre risposte definitive ma genera domande.
Che cosa significa vedere davvero?
Qual è la differenza tra guardare e comprendere?
Quanto della realtà osserviamo realmente e quanto invece continuiamo semplicemente a attraversare senza riconoscerlo?
L'opera sembra suggerire che la conoscenza non coincida con l'accumulo delle informazioni, ma con la capacità di sviluppare uno sguardo più consapevole sul mondo e sulle relazioni che lo abitano.
Lo sguardo diventa così responsabilità.
Diventa ascolto.
Diventa presenza.
L'occhio di Luca Berno non controlla.
Non giudica.
Non sorveglia.
Custodisce.
Custodisce la memoria del passato e le possibilità del futuro.
Custodisce le trasformazioni individuali e quelle collettive.
Custodisce il fragile equilibrio tra ciò che siamo e ciò che potremmo diventare.
Forse è proprio questa la sua funzione più profonda.
Ricordarci che l'essere umano non è chiamato soltanto a vedere il mondo, ma a riconoscersi parte di esso.
E forse il Luberlionismo nasce esattamente da questa intuizione:
che ogni esistenza, ogni materia e ogni coscienza siano frammenti differenti di un'unica, grande forma di relazione universale.
Conclusione critica
In questa opera Luca Berno traduce in forma plastica alcuni dei principi fondamentali del Luberlionismo: l'interconnessione tra gli elementi, il valore della trasformazione e la ricerca di una coscienza relazionale capace di superare le tradizionali separazioni tra uomo, natura e simbolo.
L'occhio non è soltanto un soggetto iconografico.
È una soglia.
Il serpente non è soltanto una presenza archetipica.
È il movimento della vita che protegge la conoscenza.
La scultura non rappresenta un'immagine.
Rappresenta un principio.
Ed è forse proprio questa la forza della ricerca di Luca Berno: trasformare la materia in pensiero e il simbolo in esperienza condivisa.
Testo di Maria Di Stasio
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