Antonio Esposito - "Ubi corpus non est ibi impressio remanet"

Pubblicato il 24 febbraio 2026 alle ore 14:17

ANTONIO ESPOSITO

TITOLO : Ubi corpus non est ibi impressio remanet


In Ubi corpus non est ibi impressio remanet Antonio Esposito costruisce un’immagine che si colloca tra iconografia sacra e indagine ontologica. Il titolo latino – “Dove non c’è il corpo, lì rimane l’impronta” – introduce immediatamente il tema centrale dell’opera: l’assenza come forma di presenza.


La figura, frontale e ieratica, si impone allo sguardo come un’icona contemporanea. La struttura compositiva richiama l’arte sacra medievale: fondo scuro, aureola dorata, raggi che si espandono radialmente. Tuttavia, al posto del volto troviamo una superficie attraversata da linee cromatiche stratificate, simili a una mappatura biometrica o a un’impronta digitale ingrandita. L’identità non è più fisionomia, ma traccia.
Il volto è negato, dissolto, sostituito da un sistema di linee che alludono alla registrazione, alla memoria, al dato. In un’epoca in cui l’essere umano è costantemente tradotto in informazione, Esposito sembra suggerire che ciò che resta di noi non è il corpo, ma la sua impronta: digitale, emotiva, energetica.


La mano impressa sul petto diventa fulcro simbolico dell’opera. Non è un gesto benedicente né difensivo, ma una dichiarazione di esistenza. La cavità scura al centro dell’impronta introduce una tensione: è ferita, vuoto, origine o fine? Il corpo appare materico, quasi corroso, come se fosse attraversato dal tempo o da una combustione lenta. La superficie pittorica accentua questa dimensione di transitorietà.
L’aureola, elemento tradizionalmente associato alla santità, qui non consacra il soggetto ma lo problematizza. È come se la sacralità non appartenesse più al corpo, ma alla traccia che esso lascia. I raggi dorati amplificano questa ambiguità: emanazione spirituale o propagazione di un segnale?


Esposito sembra interrogare il concetto di permanenza nell’epoca della smaterializzazione. Se il corpo scompare, cosa resta? L’impronta. Ma l’impronta non è il corpo: è memoria, residuo, eco. È presenza differita.


IMPRESSIO N9 si colloca così in una riflessione più ampia sull’identità contemporanea: non più fondata sulla fisicità, ma sulla registrazione. Non più centrata sull’essere, ma sul rimanere.
L’opera non offre risposte definitive. Si pone come un’icona silenziosa che costringe lo spettatore a confrontarsi con una domanda radicale: siamo ancora corpo, o siamo già traccia?

 

 

© 2026 Maria Di Stasio – Testo critico
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