Luciano Vunich (Modi't) - "La distanza dell'essere"

Pubblicato il 17 aprile 2026 alle ore 10:55

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LUCIANO  VUNICH - "MODI'T"

LA DISTANZA DELL'ESSERE

OLIO SU TELA


L’opera si impone con una quiete inquieta, come se il tempo fosse stato sospeso in un istante fragile e irreversibile. La figura femminile, allungata oltre la misura del naturale, sembra portare il peso di una maternità più simbolica che reale: il collo esagerato, quasi innaturale, diventa asse portante di un’identità deformata, distillata attraverso uno sguardo che non cerca l’osservatore ma lo attraversa.
Il volto, asimmetrico e lievemente disarticolato, sfugge a ogni tentativo di armonia classica. Non c’è consolazione nella bellezza, ma una tensione sottile, una malinconia che si deposita nei tratti appena accennati. La maternità non è idillio: il bambino, piccolo e quasi incerto nella sua presenza, appare più come un’eco che come un corpo, più idea che carne. È accolto, ma non pacificato; trattenuto, ma non veramente protetto.
Lo sfondo urbano, costruito per blocchi cromatici e volumi semplificati, evoca una città immobile, sospesa fuori dalla storia. La cupola si erge come un segno distante, quasi un relitto del sacro, e tutto intorno sembra trattenere un silenzio che non si lascia attraversare. In questo spazio si avverte chiaramente la lezione di Giorgio de Chirico: non una città da abitare, ma un enigma da contemplare, dove le cose perdono funzione e acquistano peso simbolico. Come nelle piazze metafisiche, anche qui il vuoto non è assenza, ma presenza densa, carica di un’attesa che non si compie.
La figura materna, tuttavia, non si integra in questo spazio: lo attraversa come un’apparizione, o forse come un essere gettato in un mondo che non gli appartiene. Qui si apre una risonanza profonda con il pensiero di Martin Heidegger: l’essere umano come esserci, esposto, gettato (Geworfenheit) in una condizione che non ha scelto. La donna non posa, non agisce—semplicemente è, in una forma che porta i segni della sua stessa precarietà. Il suo corpo non è più misura del mondo, ma luogo di una frattura, di una distanza irriducibile tra presenza e senso.
Anche il bambino, stretto in un gesto che dovrebbe rassicurare, sembra invece abitare quella stessa sospensione: non è futuro, non è promessa, ma fragile presenza che non garantisce continuità. È come se l’opera negasse ogni narrazione lineare, ogni conforto simbolico legato alla maternità, per restituirci invece una domanda più radicale: cosa significa essere, qui, ora, in questo spazio che non risponde?

I colori, caldi ma opachi, oscillano tra carne e terra, tra intimità e distanza. La linea sottile trattiene le forme senza stabilizzarle, lasciando che tutto resti sul punto di disfarsi. Non c’è dramma esplicito, ma una tensione costante, un silenzio che pesa più di qualsiasi gesto.


In questa opera, la realtà non viene rappresentata: viene sospesa, svuotata, interrogata. E proprio in questa sospensione si apre uno spazio poetico e filosofico, dove l’immagine non consola ma espone—come nelle visioni di de Chirico e nelle domande di Heidegger—l’enigma dell’esistere, fragile, irriducibile, e senza risposta definitiva.

 

 

 

© 2026 Maria Di Stasio – Testo critico
Tutti i diritti riservati.

Aggiungi commento

Commenti

Non ci sono ancora commenti.