L'artista e il suo altrove - Approfondimento all'opera di Luciano Vunich in Arte Modi't

Pubblicato il 29 agosto 2026 alle ore 19:06

Ci sono opere che raccontano una scena e altre che, partendo da una scena riconoscibile, finiscono per interrogarsi sulla pittura stessa. In questo lavoro di Luciano Vunich, in arte Modi’t, le due dimensioni sembrano incontrarsi: un artista nel proprio spazio, una finestra aperta sulla notte, una tela, una sedia, pochi oggetti quotidiani. Eppure, dietro questa apparente semplicità narrativa, si costruisce un’immagine molto più complessa, nella quale differenti linguaggi pittorici convivono e si contaminano.

Non siamo semplicemente nello studio di un pittore. Siamo dentro una costruzione mentale dello spazio creativo.

La prospettiva non cerca una restituzione fedele dell’ambiente. Gli oggetti si dispongono secondo una logica emotiva prima ancora che ottica, i piani si sovrappongono, le proporzioni cambiano e alcune forme vengono deliberatamente sintetizzate. Vunich rinuncia così alla coerenza naturalistica per costruirne un’altra, profondamente personale: quella della percezione e del racconto interiore.

È proprio la compresenza di linguaggi differenti a costituire uno degli aspetti più interessanti dell’opera. La figura dell’artista, allungata e quasi austera nella sua verticalità, possiede una forte dimensione introspettiva. Il corpo è sintetizzato, il volto scompare perché rivolto verso la tela. Privato della propria identità, il personaggio può allora trasformarsi nell’archetipo dell’artista, colui che si trova davanti a qualcosa che ancora deve essere completamente rivelato.

Anche il paesaggio oltre la finestra subisce un processo di trasformazione. Le architetture vengono ridotte a volumi essenziali, mentre il colore acquista autonomia: il giallo, il blu profondo, i rossi, i viola e i rosa non hanno soltanto una funzione descrittiva, ma costruiscono un’atmosfera. Figurazione, deformazione espressiva, sintesi geometrica e libertà cromatica entrano così nello stesso spazio senza la necessità di appartenere a un unico codice.

Vunich non sembra voler scegliere un linguaggio: li attraversa.

Ma il punto concettualmente più affascinante dell’opera è probabilmente la presenza del quadro nel quadro.

La tela che l’artista osserva non riproduce ciò che appare oltre la finestra. Presenta un altro universo: una figura solitaria, immersa in un paesaggio irreale, dominato da forme e colori completamente differenti.

La realtà osservata e la realtà dipinta non coincidono.

Tra le due esiste l’artista.

Ed è in questa distanza che sembra nascere la pittura. L’artista non restituisce semplicemente ciò che vede: osserva, assorbe, ricorda, modifica e infine trasforma. La finestra mostra il mondo esterno; la tela restituisce ciò che quel mondo diventa dopo essere passato attraverso la sensibilità individuale.

Le due superfici diventano allora due soglie opposte e complementari: la finestra apre verso il mondo, la tela verso l’interiorità. La figura dell’artista si trova esattamente fra queste due dimensioni, assumendo il ruolo di mediatore tra il visibile e l’immaginato.

Anche la grande diagonale luminosa che attraversa la finestra sembra rafforzare questo passaggio. Più che una luce naturalistica appare come una presenza mentale, una direzione capace di attraversare lo spazio e guidare lo sguardo: quasi un’intuizione che improvvisamente entra nella stanza.

Eppure Vunich non idealizza il momento creativo. Nella parte inferiore del dipinto rimangono la sedia, il tavolo, la bottiglia, il piatto. Sono oggetti ordinari, tracce della quotidianità che riportano la creazione dentro la vita. L’arte non nasce in uno spazio astratto, ma nel tempo concreto dell’esistenza, tra gesti, pause, attese e silenzi.

Proprio il silenzio sembra attraversare l’intera composizione.

La figura è sola davanti alla propria opera mentre, oltre la finestra, la città appare sospesa nella notte. Ma non è necessariamente una solitudine malinconica: è piuttosto quella particolare forma di isolamento che appartiene alla creazione, quando per qualche istante rimangono soltanto l’artista e ciò che sta cercando di far emergere.

In questo senso l’opera prosegue alcuni elementi centrali della ricerca di Modi’t — l’interiorità, la sospensione, la figura umana intesa come presenza psicologica, la trasformazione dello spazio reale in spazio mentale — ma introduce anche una riflessione ulteriore: questa volta l’artista rappresenta il processo stesso attraverso cui nasce un’immagine.

E forse proprio per questo la pluralità stilistica del dipinto acquista significato. Figurazione e astrazione, geometria e deformazione, quotidianità e dimensione onirica non devono necessariamente risolversi in una perfetta uniformità. La loro convivenza diventa parte della poetica, perché anche l’identità creativa non nasce da una sola voce, ma da stratificazioni, memorie, incontri e trasformazioni.

Osservando ancora la figura di spalle, emerge così un’ultima possibilità di lettura: il vero soggetto del dipinto potrebbe non essere né il paesaggio, né la tela, né persino l’artista.

Potrebbe essere lo spazio invisibile che separa l’artista dall’immagine che sta creando.

È lì che avviene qualcosa.

La tela diventa specchio senza riflesso, la finestra memoria, la notte sospensione e l’atelier un territorio della coscienza. Luciano Vunich costruisce così un’opera che parla della pittura attraverso la pittura e, contemporaneamente, dell’uomo attraverso il gesto creativo.

Perché creare, in fondo, non significa sempre trovare una risposta. A volte significa restare davanti all’immagine abbastanza a lungo da permetterle di rivelare qualcosa di noi.

 

Maria Di Stasio 

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