Con L’ultimo canto, Stefania Tagliabue sembra spingersi verso un territorio nel quale la materia non costituisce più soltanto il supporto dell’immagine, ma diventa parte integrante della sua costruzione simbolica. La pirografia su tavola in noce massello, unita all’acrilico e alla foglia argento, genera infatti una superficie complessa, attraversata da contrasti che appartengono tanto alla tecnica quanto al significato dell’opera.
La figura emerge verticalmente, quasi sospesa, mentre il corpo sembra contemporaneamente affiorare e dissolversi. È una presenza riconoscibile, ma non completamente consegnata alla dimensione reale. Le braccia aperte amplificano questa tensione e introducono un gesto che può essere letto come abbandono, liberazione, invocazione o rinascita. Tagliabue non fornisce una risposta definitiva: lascia che sia proprio l’ambiguità del gesto a costruire la forza dell’immagine.
Particolarmente significativo è il rapporto tra la figura e il fondo. Il blu introduce una profondità quasi liquida, una dimensione nella quale il corpo sembra attraversare uno spazio indefinito. Non è semplice ambientazione: diventa luogo mentale, emotivo, forse persino una soglia. La materia lignea rimane invece visibile e conserva la propria identità, ricordandoci costantemente la fisicità dell’opera.
È qui che la pirografia assume un valore ulteriore. Il segno nasce attraverso il fuoco, incidendo e modificando irreversibilmente il legno. L’immagine non viene semplicemente depositata sulla superficie: viene impressa nella materia. La combustione diventa così metafora di memoria, trasformazione e permanenza. Ciò che è stato attraversato dal fuoco porta con sé una traccia che non può essere cancellata.
A questa dimensione terrestre e materica si contrappone la luminosità della foglia argento. La luce interrompe la compattezza della superficie, frammenta la percezione e introduce qualcosa di mutevole: l’opera cambia a seconda dello sguardo e dell’incidenza luminosa. Fuoco e luce, incisione e riflesso, peso e sospensione convivono così all’interno della stessa composizione.
Il titolo, L’ultimo canto, potrebbe suggerire inizialmente una conclusione. Inserita nel contesto di Sirenuse, l’opera acquisisce però una risonanza particolare: il canto rimanda inevitabilmente alla sirena, alla sua capacità di attrarre, chiamare e condurre verso una dimensione altra. Ma quello di Tagliabue non appare necessariamente come un canto di morte. L’“ultimo” può essere anche ciò che precede una trasformazione: l'ultimo gesto appartenente a una condizione prima dell'ingresso in un'altra.
Ed è forse proprio in questa sospensione che l’opera trova uno dei suoi aspetti più interessanti. La figura sembra trovarsi nel momento esatto in cui qualcosa sta terminando e qualcos’altro non ha ancora assunto una forma definitiva.
Nel percorso di Stefania Tagliabue, L’ultimo canto può quindi essere letto come un’opera di passaggio. La componente figurativa rimane centrale, ma viene progressivamente affidata alla materia, alle stratificazioni, alle combustioni e alla luce. Il corpo non è più soltanto rappresentato: diventa luogo nel quale materia ed emozione si incontrano.
L’opera non racconta semplicemente una figura. Racconta una trasformazione.
E proprio per questo il suo “ultimo canto” non coincide necessariamente con una fine: può essere il punto esatto dal quale comincia una nuova voce.
Maria Di Stasio
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